I “fanboy” di Tesla, i massimalisti delle criptovalute o gli ultras del calcio hanno più punti in comune con il movimento francescano del XIII secolo di quanto vorrebbero ammettere. Lo stesso vale per i sostenitori del guru della vendita che riempie le sale congressi e i seguaci di Girolamo Savonarola, che nel 1497 diede alle fiamme le “vanità” a Firenze, per poi finire egli stesso sul rogo l’anno successivo. È una vita difficile per i guru!

L’impulso a purificare sé stessi attraverso la privazione rituale risponde a un bisogno ancestrale. Il cervello umano si nutre di narrazioni: quando una visione del mondo crolla, si aggrappa istintivamente alla prima alternativa disponibile, per quanto imperfetta essa sia. Si tratta di una necessità neurologica di significato e coerenza che nessun quadro puramente razionale è mai riuscito a colmare.
Dicono infatti che ci siano pochissimi atei in un aereo che sta cadendo.

Si narra che nel febbraio del 1637 un bulbo di tulipano della varietà Semper Augustus fu venduto a Haarlem, nei Paesi Bassi, per circa 6.000 fiorini: l’equivalente di una casa prestigiosa nel centro di Amsterdam o di dieci anni di stipendio di un artigiano specializzato. L’acquirente, però, non ricevette mai il fiore, solo un contratto su carta. Pochi giorni dopo la bolla scoppiò, il mercato crollò e la follia del momento venne alla luce.

Il cervello è tutt’altro che un’entità razionale, vive di FOMO, significati condivisi e narrazioni che assolvono alla mancanza di conoscenza.
Gli esperimenti condotti da Michael Gazzaniga negli anni ’60 su pazienti split-brain (con cervello diviso) hanno dimostrato che l’emisfero sinistro – il cosiddetto “interprete” – elabora una spiegazione per qualsiasi comportamento osservato, inclusi quelli di cui non è responsabile, pur di non ammettere l’incertezza.

Siamo programmati per colmare ogni vuoto di senso. Se non c’è una religione, il cervello ne crea una: cambia l’oggetto della devozione, non la dipendenza dal rito. Non sorprende vedere atei convinti comportarsi con la stessa rigidità dogmatica dei fedeli più osservanti: è lo stesso “software”, solo con un idolo diverso.

Il marketing di alto livello si nutre di questo meccanismo ancestrale che pone il logo aziendale allo stesso livello di un simbolo religioso, cosa che avviene anche nel personal branding: chi lo padroneggia agisce come un sacerdote, chi ha una visione di rottura si pone come un profeta, e chi riesce a scalare fino alle masse diventa, agli occhi del suo pubblico, un Dio.

E allora la domanda non è se crediamo, ma a cosa abbiamo deciso di inginocchiarci.
Perché ogni volta che difendi un’idea come fosse sacra, stai solo mostrando dove hai smesso di pensare. E ogni volta che segui qualcuno senza metterlo in discussione, non stai scegliendo: stai delegando.
Il punto non è smettere di avere idoli, è riconoscerli prima che inizino a possederti.
Altrimenti non sei diverso da chi acquistava tulipani solo sulla carta.