Mi hanno detto: “Ma sei impazzito? Cosa stai combinando su Instagram?”. Questa newsletter la devo anche a quella domanda.
Quando ho iniziato, nel 2012, i social erano Facebook e Twitter che, prima dell’era dei video, non erano lo spazio più efficace per costruirsi un’aura di professionalità e autorevolezza. Così ho fatto la scelta obbligata: ho aperto un blog, il luogo giusto in cui coltivare un’audience. Ogni giorno pubblicavo un contenuto. Se lo confronto con l’impegno attuale, che premia la brevità a scapito dell’attenzione – sempre più scarsa -, era un investimento enorme in termini di tempo ed energia intellettuale.

Devo moltissimo di ciò che mi è accaduto professionalmente a quella disciplina. Eppure, dopo qualche anno, qualcosa si è incrinato. Quando mi sedevo alla tastiera non cercavo più: replicavo. I temi che funzionavano, le polemiche ricorrenti, il ritmo riconoscibile. Non stavo più esplorando, stavo ottimizzando. E più diventavo bravo a farlo, più mi annoiavo.
Così ho smesso per un periodo. Ho cancellato tutti i post di Instagram, ho abbandonato i profili Facebook, Twitter, Telegram e in parte anche il blog. Senza annunci, senza dichiarazioni solenni. Ho lasciato morire voci che non mi rappresentavano più. All’inizio è stato un silenzio tagliente: niente post, niente condivisioni. Una parte di me temeva di aver sbagliato. Poi, superata l’astinenza, è arrivato un sollievo inatteso. Continuavo a osservare, a pensare, a restare curioso. E un giorno ho ricominciato a scrivere. Non solo per l’algoritmo, ma per qualcosa di più essenziale.

La chiamo “morte dello status”. È la decisione di scambiare il riconoscimento con la libertà, il prestigio con la possibilità. Dall’esterno è quasi incomprensibile. Max Weber distingueva tra classe economica e status sociale: lo status è stima, onore, posizione simbolica. Il digitale ha amplificato tutto: un canale YouTube può conferire più autorità di una cattedra. In ogni nicchia esiste una scala e tutti sanno chi occupa quale gradino.

Il problema è che i gradini diventano troppi: più sali, più aumentano le vertigini. Hai lavorato per arrivarci, ti osservano, temi la caduta. Sai che la stessa scala che ti solleva può intrappolarti. Poco importa che tu sia il professionista inchiodato alla sua disciplina, la figura pubblica costretta a dire sempre ‘no’ per difendere la reputazione, o il creator che può parlare solo con la voce che il pubblico si aspetta… a un certo punto ti accorgi di essere prigioniero della tua stessa maschera. Ed è lì che la morte dello status diventa una via d’uscita, un piano B.

Erving Goffman descriveva la vita sociale come un teatro. Il problema nasce quando il ruolo si irrigidisce. Online accade di continuo: ti seguono per un certo tipo di contenuto e ogni deviazione viene punita. L’identità diventa un asset a cui restare rigidamente ancorati e qualsiasi variazione sembra una perdita di valore. Però non sei obbligato a restare, puoi lasciare quel ruolo. Ha un costo, certo, ma anche la mancanza di libertà ha un prezzo.
Fa paura. Siamo programmati per proteggere la reputazione: in una tribù perdere status significava perdere protezione. Oggi sei al sicuro, eppure il cervello reagisce come se fossi in pericolo. Ecco perché sembra una morte. In realtà è una muta, dolorosa, necessaria… un passaggio.
Molti scompaiono e poi riemergono. A volte nessuno se ne accorge; altre volte tornano più lucidi, meno fragili, più audaci. Hanno già attraversato l’irrilevanza e sono sopravvissuti. Questo li rende pericolosamente liberi.

Se vuoi costruire qualcosa che duri una vita, prima o poi incontrerai quel momento. Guarderai la tua immagine pubblica e sentirai che continuare significa tradirti. L’esitazione è un segnale sano. Se prendi sul serio il lungo periodo, lascerai morire ciò che non ti rappresenta più. E ricomincerai, più leggero, più consapevole, più autentico.
Chiamala reinvenzione. Chiamala uscita di scena. Morte dello status. E se giochi una partita lunga, dovrai attraversarla più di una volta.