L’essere umano è imperfetto, poco razionale, guidato dalle emozioni, dalla consuetudine e da ciò che conosce. Fino agli anni Duemila, chiunque producesse contenuti – musicali, testuali, fotografici, artistici o cinematografici – era sottoposto al giudizio di redattori, critici, produttori, direttori artistici e manager. Era un sistema complesso, certo, ma capace di lasciare spazio alla creatività, all’innovazione e alla sperimentazione.
Dentro le maglie di quel mondo non perfetto è potuto emergere un brano come “Bohemian Rhapsody” dei Queen, che ribaltava le regole di un’industria convinta che un singolo non dovesse superare i tre minuti. Allo stesso modo, scrittori e registi hanno portato alla luce opere straordinarie, oggi parte della nostra cultura, dopo lunghe liti e confronti con agenti, direttori e produttori.

Poi sono arrivati gli algoritmi. Se a una band moderna viene chiesto di concentrare la creatività in dieci secondi di ritornello, pena lo skip su Spotify, è chiaro che le regole del gioco sono cambiate: la canzone pop, un tempo modellata sui tre minuti dei vinili, si è ridotta a due, calibrata sul pubblico distratto delle piattaforme. Non è più l’arte a scandire i tempi, ma la logica algoritmica.
Lo stesso accade con Netflix, Prime o Disney: l’autoplay non premia l’arte né la profondità, ma la compulsione. Vince ciò che è serrato, pieno di colpi di scena, facile da interpretare da macchine che invece del valore artistico misurano il coinvolgimento.

Anche i contenuti social seguono la stessa evoluzione: sopravvive ciò che si adatta ai ritmi di TikTok o alla polemica di LinkedIn. La macchina non esalta il talento, bensì la replicabilità dei format che funzionano. E i creatori, pur di restare visibili, finiscono per piegarsi.
Così cresce il divario tra ciò che nasce per diffondersi e ciò che nasce per incantare. Un lettore può desiderare un lungo saggio, ma se l’algoritmo penalizza i testi lunghi, quel contenuto resterà invisibile. Un ascoltatore può cercare l’emozione di un crescendo sinfonico, ma la playlist gli offrirà solo brani di due minuti. Il risultato è l’appiattimento, prevedibile e inevitabile.

Vuoi fama, successo o visibilità? Adattati! I creatori imparano le regole, vi si piegano, e il sistema le rafforza. È un circolo vizioso che smussa ogni spigolo, producendo una cultura uniforme. Le canzoni pop si assomigliano tutte, le serie seguono gli stessi schemi narrativi, le miniature di YouTube ripetono le stesse smorfie ossessive. La creatività non scompare, ma viene incanalata nei corridoi stretti che gli algoritmi comprendono e premiano, perdendo la sua forza dirompente.

Ecco perché tanti contenuti ci lasciano addosso la sensazione di vuoto: non sono nati per noi, ma per un calcolo. È la “valle perturbante della cultura”, un fenomeno psicologico e percettivo ipotizzato dal giapponese Masahiro Mori nel 1970, dove un’opera ha la forma dell’arte ma non la sua anima. Come confondere un pranzo preparato con cura con una barretta energetica studiata per fornire calorie al minor costo: entrambi nutrono, ma solo uno porta con sé vita, emozione e ricordi che restano.