I social media erano nati con la promessa di connettere il mondo, e per un po’ ci sono anche riusciti. Ricordo i primi anni di Facebook, quando bastava una foto o un pensiero scritto di getto per sentire vicine persone vere, quando ogni notifica portava il nome di qualcuno che conoscevi davvero. Twitter era una piazza aperta, rumorosa ma viva, dove si discuteva di sport, arte, politica e attualità senza filtri, senza bot, senza marchette. YouTube era un archivio di creatività grezza: tutorial improvvisati, vlog imperfetti, storie raccontate da camerette che sembravano palcoscenici di libertà. Tutto appariva autentico, fragile, umano. Perfino ingenuo.

Poi qualcosa si è rotto. Ci siamo accorti che la maggior parte delle connessioni era solo un’illusione. Le “amicizie” non superavano la soglia dello schermo, i like avevano preso il posto delle parole, e le conversazioni erano diventate addestramento per algoritmi affamati di dati. I social si sono così trasformati in un gigantesco esperimento psicologico travestito da intrattenimento, orchestrato per arricchire pochi e rendere tutti gli altri dipendenti da un prodotto che, invece di unire, isolava. Ci hanno convinti che essere visti valesse più che essere ascoltati.

Era inevitabile. Le grandi aziende tecnologiche non cercavano solo la nostra attenzione, ma la nostra dipendenza. Ci hanno educati a confondere la gratificazione immediata con la felicità, l’interazione con la relazione, la visibilità con il valore. Ci hanno insegnato a misurare il nostro merito in numeri: visualizzazioni, follower, cuori. E quando quei numeri mancavano, ci siamo sentiti invisibili, inadeguati, quasi inutili.

E ora ho la sensazione che la stessa traiettoria stia per travolgere anche internet, con l’intelligenza artificiale come nuova protagonista. Sarà una rivoluzione silenziosa ma totale: tutto sarà disponibile, sintetizzato, personalizzato, servito in porzioni perfette da assistenti virtuali pronti a rispondere prima ancora che chiediamo. Potremo guardare film nei quali noi saremo al posto degli attori, ascoltare musica composta sul nostro umore, chiedere a un chatbot di scrivere un romanzo che ci vede come protagonisti. Tutto calibrato sui nostri desideri, addestrato per lusingarci.

Ed è proprio questo il problema: quando tutto diventa personalizzato, non resta più nulla di condiviso. Non ci sarà più una piazza, un luogo per confrontarsi e cambiare idea. Solo bolle individuali dove si cerca la conferma, dove il pregiudizio si rafforza e l’illusione si perfeziona. Un mondo iperconnesso in cui, paradossalmente, avremo tutte le risposte che ci piacciono e nessuno che ci metta più in discussione. Sempre collegati, ma sempre più soli.