Ogni tot anni qualcuno annuncia che è morto qualcosa. Tocca al rock, al cinema, alla letteratura, alla SEO, alla privacy, all’ironia, alla competenza. Sembra che di vivo, oggi, ci sia soltanto il bisogno di dichiarare morto tutto il resto.
È curioso, perché la nostra è un’epoca di abbondanza culturale senza precedenti. In poche ore possiamo ascoltare più musica di quanta un essere umano del passato avrebbe sentito in tutta la sua esistenza. Ogni anno vengono pubblicati più libri di quanti se ne possano leggere in un secolo. Le aziende tecnologiche nascono e crescono a ritmi impressionanti. Eppure sentiamo il bisogno compulsivo di leggere il necrologio di fenomeni ancora vitali, come se fossero già freddissimi.
Questo meccanismo si ripete per almeno quattro motivi.
Il primo riguarda le definizioni. Quando diciamo che qualcosa è morto, raramente intendiamo che non esiste più. In realtà intendiamo che non esiste più nella forma che noi consideriamo autentica. Il “vero” rock, il “vero” cinema, la “vera” internet sono sempre quelli che appartengono a un’epoca passata, idealizzata, spesso coincidente con il momento in cui abbiamo iniziato a prestarvi attenzione. Ma basta restringere a sufficienza i confini di una definizione per escludere tutto ciò che è vivo oggi. Così ogni cosa può essere dichiarata morta senza troppa fatica.
Il secondo motivo è il valore sociale del pessimismo. Dire che le cose funzionano è da ingenui. Dire che sono finite comunica raffinatezza, competenza, sguardo critico. Il pessimismo diventa un segnale di status: chi annuncia la morte di un fenomeno si presenta come qualcuno che “sa”, che ha visto abbastanza da poter giudicare il declino. Godersi qualcosa è facile. Riconoscerne la decadenza, almeno in apparenza, è più nobile.
Il terzo fattore è legato alla nostra biografia. Molti incontri culturali fondamentali avvengono in un momento preciso della vita, spesso tra l’adolescenza e i primi anni dell’età adulta, quando tutto è più intenso e memorabile. Quelle esperienze non sono ripetibili, non perché il mondo sia peggiorato, ma perché noi siamo cambiati. Quando proviamo a rivivere la stessa sensazione e non ci riusciamo, la spiegazione più semplice è accusare l’oggetto: la musica jazz è peggiorata, la magia se n’è andata. È più facile pensarlo che accettare di non essere più la stessa persona.
Infine, dichiarare la fine di qualcosa è un modo per marcare il territorio. Chi annuncia il decesso si pone come testimone privilegiato, come custode di un “prima” autentico. Se una cosa è morta, chi l’ha conosciuta quando era viva acquista importanza. E prima pronunci il verdetto, più sembri lungimirante. Se aspetti che finisca davvero, sei solo un cronista. Se lo dici in anticipo, diventi un profeta.
In un mondo che cambia in fretta, confondiamo spesso trasformazione con estinzione. Le cose non sono più quelle di una volta, ma nulla lo è mai stato a lungo. Il problema è che il cambiamento continuo è narrativamente scomodo. Dichiarare la morte di qualcosa è più semplice che raccontarne l’evoluzione.
Forse, allora, dovremmo chiederci più spesso se stiamo davvero descrivendo il mondo o se stiamo raccontando cosa significa non essere più giovani.
