Sento tanti amici e persone sui social lamentare delle mancanze. Mancano le opportunità, la libertà, il tempo, i soldi, le prospettive di crescita, l’amore, insomma, manca davvero tutto.
E se non fosse vero? Se non ci mancasse un bel niente e queste sensazioni fossero solo il risultato dell’abbondanza di qualsiasi cosa?
Le persone si aggrappano alla narrativa di scarsità perché attribuisce loro un ruolo preciso: quello della vittima. È un rifugio che offre dignità e una spiegazione pronta a tutto ciò che non va. È più semplice accusare i sistemi, le élite, le cospirazioni, piuttosto che guardarsi allo specchio. Ma la verità più dura è che – nella maggior parte dei casi – siamo vittime delle nostre stesse scelte, dei nostri limiti e delle paure che coltiviamo.
Non possiamo dire di aver fame se la dispensa è piena. Non possiamo invocare l’ignoranza se abbiamo una biblioteca in tasca, sempre connessa e a portata di mano. Non possiamo giustificare l’impotenza quando abbiamo strumenti che i nostri nonni non avrebbero mai potuto immaginare.
Rimanere ancorati all’idea di mancanza è come tenere chiuso un cassetto sapendo che dentro ci sono le chiavi della nostra libertà. Sta a noi decidere se continuare a recitare il ruolo di vittime o se iniziare a scrivere un copione diverso, in cui smettiamo di puntare il dito e iniziamo a porci delle domande scomodissime.
Rispetto a chi viveva nell’Ottocento, oggi conduciamo un’esistenza che sfiora il fantascientifico. Napoleone guidava eserciti e ridisegnava confini, ma non ha mai viaggiato in aereo. Non ha mai illuminato la notte con un semplice interruttore elettrico. Non ha mai parlato al telefono con qualcuno a migliaia di chilometri di distanza. Non ha mai visto un film o ascoltato musica in streaming. Non poteva neppure permettersi di mangiare fragole a gennaio e curarsi con un antibiotico.
Ciò che per noi oggi è normale, per lui era un lusso inconcepibile.
Forse è proprio per questo che così tante persone sembrano arrabbiate e svuotate: le contraddizioni le tormentano. Hanno a disposizione medicine, un’aspettativa di vita lunga, viaggi, comodità e libertà che nessun imperatore del passato avrebbe mai potuto immaginare, eppure si sentono ingannate. Perché? Perché l’abbondanza demolisce le scuse. Non puoi più dire: “Scriverei un libro se solo avessi tempo”. Il tempo ce l’hai, ma lo passi a scorrere stupidaggini su TikTok. Non puoi più dire: “Sarei felice se avessi scelta”. Hai davanti a te possibilità senza fine, e proprio quell’infinità ti paralizza, diventando il peso che ti schiaccia.
Mi rifiuto di pensare che siamo spacciati, come dicono in tanti. Il problema è che ci spaventa avere troppe opportunità: è un paradosso che nutre le scuse e ci costringe a interrogarci sul senso delle nostre scelte.
Io non voglio vivere così. Voglio credere che la possibilità di scelta sia reale e, per questo, voglio affrontare le domande scomode: se la dispensa è piena, perché sento fame? Se la conoscenza è a portata di mano, perché resto ignorante? Se il mondo offre vie aperte, perché mi sento intrappolato? Voglio risposte, non alibi.
Voglio agire ora, costruire senso e responsabilità ogni singolo giorno. Le opportunità sono per tutti, ma la scelta mi obbliga ad essere solo.
