Quando mi fermo a guardare l’epoca in cui viviamo, mi accorgo di una sensazione strana, quasi imbarazzante da ammettere: ho tutto, eppure mi sento come se mancasse qualcosa. In realtà non mi manca nulla di necessario, eppure avverto un vuoto che non si riempie. Una fame che nasce proprio dall’abbondanza. Sono circondato da possibilità, opportunità, stimoli, e nessuno di questi riesce davvero a nutrirmi.
È come avere davanti un tavolo sempre pieno, ma con cibo che non sa di niente. Mangio, continuo a mangiare, e resto affamato.
Col tempo ho capito che non tutti i desideri sono uguali. Alcuni, quando li insegui, ti cambiano. Ti chiedono di rallentare, di imparare, di esporti. Apprendere una nuova competenza, instaurare un rapporto vero, portare avanti un progetto che conta: sono desideri che ti prendono per mano e ti trasformano mentre cammini. Non arrivi mai identico a come sei partito. Arrivi nutrito.
Altri, invece, si consumano all’istante. Li soddisfi e subito tornano, identici a prima. Aprire un’app, controllare una notifica, scorrere un feed. Per un attimo ti senti meglio, poi tutto ricomincia. Non resta nulla. Nessuna traccia, nessuna crescita, nessuna storia da raccontare.
Per comprendere questo malessere, trovo illuminante la distinzione tra desideri “spessi” (thick desires) e desideri “sottili” (thin desires). Sebbene filosofi come Agnes Callard (nel suo lavoro sull’Aspirazione) e Charles Taylor abbiano esplorato concetti simili, la mia interpretazione pragmatica è questa:
un “desiderio spesso” mi trasforma mentre cerco di soddisfarlo. Imparare una lingua o costruire una relazione profonda cambia la mia struttura cognitiva ed emotiva; un “desiderio sottile” mi lascia esattamente come ero prima. Controllare le notifiche soddisfa un prurito momentaneo, ma è un atto sterile che si ripete all’infinito senza apportare valore.
Osservando quello che mi circonda, mi è diventato chiaro che gran parte del mondo digitale si basa proprio su questi desideri rapidi e leggeri. Mi offre versioni potenziate e artificiali di bisogni reali. La sensazione di essere connesso senza la fatica di una relazione. L’illusione di essere produttivo senza il peso della concentrazione profonda. Mi dà l’effetto, ma non il processo. Il risultato chimico, non l’esperienza umana. Le piattaforme tecnologiche operano secondo il principio che l’etologo Nikolaas Tinbergen chiamava Stimolo Supernormale: offrono una versione artificiale e iper-stimolante di un bisogno naturale, ma privo del “pacchetto completo”.
Così finisco per nutrirmi di calorie emotive vuote. E non mi stupisce più vedere quanta ansia e quanta solitudine ci siano in giro, proprio mentre siamo sempre “insieme” online. Quando tutto è facile, immediato, positivo, qualcosa dentro collassa. Non per mancanza, ma per eccesso.
I desideri che contano davvero sono scomodi. Non sono efficienti. Non si possono accelerare né replicare in massa. Richiedono tempo, pazienza, dipendenza dagli altri. E il mercato, di tutto questa complicazione, non sa cosa farsene. È molto più semplice vendermi esperienze piccole, lisce, scorrevoli, che non lasciano segni ma tengono occupato il tempo.
Per questo la mia risposta non è una battaglia ideologica. È molto più piccola e molto più concreta. È una forma di resistenza fatta di lentezza e attrito. Ho ricominciato a fare cose che non si possono ottimizzare. Sedersi a tavola con qualcuno e restare lì fino alla fine, senza guardare l’orologio, senza controllare il telefono, accettando che una conversazione vera non possa essere compressa né accelerata. Scrivere per sé, in un quaderno che nessuno vedrà, senza pubblico, senza like, senza l’ansia di dover arrivare a una conclusione condivisibile. Questi sono solo alcuni esempi.
Scegliere una vita più “spessa”, più densa, è la mia personale eresia. So benissimo che non cambierà il mondo. Non fermerà le piattaforme né invertirà i trend globali. Ma forse non è mai stato questo il punto. Il punto, per me, è passare una domenica pomeriggio senza sentirmi svuotato. È ricordarmi, un gesto lento alla volta, cosa significa desiderare qualcosa che, davvero, valga la pena di essere desiderato.
Fonti per approfondire:
Cal Newport, Deep work. Concentrati al massimo. Quattro regole per ritrovare il focus sulle attività davvero importanti
https://it.wikipedia.org/wiki/Stimolo_supernormale
Agnes Callard, Aspiration. The Agency of Becoming

A mio avviso il senso di pienezza persistente arriva solo quando riusciamo a rendere manifesto chi siamo veramente, cosa siamo chiamati a fare in questa vita. ognuno di noi ha la sua risposta che è custodita dentro di noi, è li che va portata l’attenzione… quando il chi sono è manifesto e riconosciuto lo step successivo è allineare la propria vita a quella verità. più ci si allinea a quella verità e più ci si sente pieni, realizzati… Mi piace molto leggere i tuoi articoli Skande, questo è il mio punto di vista su questo tema, grazie!