Sull’intelligenza artificiale ho una posizione chiara, e nel tempo è diventata sempre più nitida: la competenza può essere disintermediata, l’esperienza no.
La competenza oggi è ovunque: nei tutorial, nei corsi online, nei prompt ben scritti. È dentro l’IA, che macina informazioni a una velocità che non possiamo nemmeno immaginare. L’intelligenza artificiale ha accesso alla conoscenza, sa riorganizzarla, combinarla, restituirla in forma coerente e spesso brillante. Può darci dieci strategie in pochi secondi, riassumere un libro in qualche istante, proporre varianti creative con una rapidità che fino a ieri sembrava fantascienza.

Se la conoscenza è un database, l’intelligenza artificiale ne ha scardinato le porte, offrendo a chiunque la chiave per ottenere risposte rapide, sintesi brillanti e dati incrociati. Ma esiste un confine invisibile dove il silicio perde il suo potere e la biologia prende il sopravvento: quel confine si chiama esperienza.
L’IA possiede l’informazione, l’essere umano possiede la sensibilità. Nel corso di una vita professionale non accumuliamo soltanto dati, sviluppiamo il fiuto, una capacità quasi divinatoria di anticipare il risultato prima ancora che il processo sia concluso. Se l’algoritmo calcola la traiettoria più probabile, l’esperto sceglie la più giusta, adattando il sapere universale a un contesto specifico, spesso caotico e irripetibile. L’IA sa cosa; l’uomo sa quando e, soprattutto, perché.

Il vero limite delle macchine emerge nei territori della creatività. L’IA è condannata alla perfezione statistica e, proprio per questo, fallisce. È incapace di inserire l’errore deliberato, quel dettaglio “sbagliato” o quella parola sopra le righe che rompe la monotonia e crea il genio. Un algoritmo può simulare l’ironia, ma non sa ridere; può generare una ricetta equilibrata, ma non avrà mai il coraggio di inserire l’ingrediente “fuori posto” che rivoluziona il sapore.

Per l’IA il testo che segue è imperfetto. Conosce bene l’autore di questo capolavoro e non si azzarda a correggerlo, ma non saprebbe mai proporlo perché è “scritto male”:


“Mi sentivo così maledettamente felice, tutt’a un tratto, per come la vecchia Phoebe continuava a girare intorno intorno. Mi sentivo così maledettamente felice che per poco non mi misi a urlare, se proprio volete saperlo. Non so perché. Era solo che aveva un’aria così maledettamente carina, lei, là che girava intorno intorno, col suo soprabito blu eccetera eccetera. Dio, peccato che non c’eravate anche voi.”

– Il giovane Holden, J.D. Salinger

L’intelligenza artificiale non sa annusare l’atmosfera. Non percepisce la tensione in una stanza, non coglie il non detto di un cliente, non sa quando è il momento di infrangere le regole per salvare il risultato. Produce contenuti impeccabili, ma spesso privi di anima, perché l’anima risiede proprio in quella frizione tra la regola e la sua violazione.
Una riprova veloce: chiedi a qualsiasi IA di scrivere un testo che ti faccia ridere. Ti proporrà freddure e battute di pessimo gusto, degne delle uscite del tuo capo alla cena aziendale. Ad esempio, non sarà mai in grado di scrivere un libro ironico come Bar Sport di Stefano Benni.

Ora che l’informazione è diventata accessibile a tutti, il valore si sposta a monte e a valle: a monte nella visione, a valle nel giudizio. L’IA può essere il motore più veloce del mondo, ma senza la sensibilità capace di interpretare l’animo delle persone e comprenderlo nella sua profondità non sarà mai un sostituto completo dell’intelligenza umana.
Il giorno in cui le chiederemo di farci ridere e lei sarà davvero capace di farlo, allora sì, avremo un grosso problema.