C’è un’immagine che gira da anni su internet: un uomo in bianco e nero, mascella squadrata, muscoli che sembrano scolpiti con uno scalpello, sguardo di chi non ha mai avuto un dubbio in vita sua.
Si chiama GigaChad.
Ed è diventato il simbolo di un’umanità che vorrebbe avere la pelle più dura e lo sguardo più freddo. L’uomo che domina, non domanda, non si piega e non si scusa.
C’è solo un inconveniente: non esiste. La sua fisionomia è stata ritoccata al computer da una fotografa russa, Krista Sudmalis, nell’ambito di un progetto artistico. Il soggetto reale, un modello di nome Ernest Khalimov, quando ha scoperto di essere diventato un mito di internet ha detto una sola cosa, ossia che i meme lo dipingono come una persona molto più interessante di quello che è. Uno sguardo sincero su un’immagine che lo ha travalicato, e che lo ha reso oggetto più che soggetto.
Eppure, proprio per questo, milioni di persone ci si riconoscono.
Negli ultimi anni il web ha prodotto un immaginario nuovo, confezionato in video da trenta secondi e citazioni che si sciolgono in fretta: l’immagine del vincitore totale. Il gigachad ne è l’icona assoluta. Il messaggio è semplice, quasi primitivo: se non domini, sei dominato; se hai dubbi, sei debole; se chiedi aiuto, hai già perso.
Questa non è autostima, è una recita.
L’autostima vera è silenziosa, discreta, scevra di teatralità. Non ha bisogno di essere esibita, perché non ha niente da dimostrare.
Il termine “chad”, da cui tutto ha origine, nasce dalla frustrazione delle comunità di incel: uomini che si sentono esclusi dalle dinamiche sociali e romantiche, e che rispondono costruendo una gerarchia di “vincitori” genetici. È un’ideologia che deriva non dalla forza, ma dalla paura di non bastare.
Eppure oggi quella stessa estetica è ovunque, nei brevi filmati girati su un’auto sportiva, nei profili LinkedIn, nei guru dell’imprenditoria vincente, che si sono vestiti da gigachad senza mai chiedersi se quella pelle gli stesse bene addosso.
Quello che colpisce, osservando il fenomeno un po’ da lontano, è quanto sia paradossale.
Il gigachad viene presentato come il “non conformista” per eccellenza: quello che non segue le regole, che fa da solo, che sfida il sistema. In realtà è il conformista più obbediente che esista. Obbedisce a uno standard estetico rigido, a un codice comportamentale invariabile, a una gerarchia prestabilita che non ha mai interrogato.
Non pensa con la propria testa: interpreta un ruolo che altri hanno scritto per lui.
È la libertà ridotta a posa, la ribellione trasformata in costume.
Chi costruisce un brand personale su questo modello non sta costruendo qualcosa di proprio, sta indossando un’armatura. Le armature proteggono, certo, ma impediscono anche di muoversi, di respirare, di cambiare quando serve.
La domanda che nessuno dei paladini della mentalità vincente vuole fare è questa: e se il dubbio fosse necessario?
Non il dubbio paralizzante, che ti inchioda sul divano e dissolve qualsiasi iniziativa. L’altro, quello che ti fa rimettere in discussione una scelta, ascoltare qualcuno che la pensa diversamente, modificare la rotta senza sentirti un fallito.
Quello che rende una persona interessante, reale, capace di relazioni concrete.
L’autostima tossica non fa crescere. Ti protegge da tutto ciò che è scomodo, ma anche dalla realtà. È una bolla di vetro: ti senti invincibile finché non sbatti contro qualcosa che non si piega.
Un brand personale solido non nasce dalla performance della sicurezza, ma dalla coerenza tra ciò che sei, ciò che dici e ciò che fai. Giorno dopo giorno, anche quando nessuno guarda.
Il gigachad è un’immagine che si alimenta da un ecosistema sintetico inesistente.
Tu, con le tue contraddizioni, i tuoi dubbi e le tue giornate storte, sei l’unica storia vera che vale la pena raccontare.
La persona reale è sempre più interessante dell’archetipo perfetto. È quella che può produrre un cambiamento nella vita degli altri. È quella che vale la pena seguire, riconoscere e identificare.
Il gigachad è un’immagine destinata a essere ricordata con ironia e un po’ di compassione tra pochissimi anni (ma per molti lo è già ora).
Il tuo brand, se vuoi che duri, deve essere qualcosa che regge allo sguardo ravvicinato, ma soprattutto che meriterà di essere ascoltata anche tra molti anni.
