Ogni epoca sceglie i propri eroi in maniera non casuale. Li crea con attenzione, mettendo al centro ciò che più la rassicura e lasciando in ombra ciò che più la inquieta.
Gli antichi greci vivevano in un equilibrio fragile, sospesi tra il timore della fine e quello, più difficile da accettare, di attraversare la vita senza lasciare traccia. Achille prese forma proprio in quello spazio teso tra desiderio e destino. Non era solo un eroe, era la risposta a un’inquietudine collettiva.
Gli imprenditori del Novecento, invece, guardavano altrove. Erano fissati con la posizione, il riconoscimento, la possibilità di emergere da un sistema rigido. Ossessionati dall’idea di salire di grado nella scala sociale, hanno eletto a mito l’industriale che si è “fatto da solo”, partendo dal nulla e arrivando ovunque.
Oggi raccontiamo una storia diversa, ma il meccanismo è lo stesso. Abbiamo bisogno di credere che tutto sia sotto controllo, anche quando la complessità aumenta. Così celebriamo una figura che incarna questa illusione: l’innovatore instancabile, che cavalca qualsiasi novità di tendenza, lavora mentre gli altri si fermano, costruisce senza sosta e accelera quando tutto sembra confuso.
Non è solo un modello professionale, è un simbolo. Ci dice che, se riusciamo a correre abbastanza veloce, possiamo stare al passo con questo frenetico mondo, forse persino dominarlo.
Un mito che non potrebbe esistere se non ci fosse un altrettanto eroico personaggio nella storia: colui che arriva dopo, che non riscrive da zero, ma sistema. Che recupera decisioni già prese – spesso male – e le rende sostenibili. Aggiorna, corregge, semplifica. Non lavora per stupire, ma per far funzionare. Eppure è l’eroe che non è destinato alla ribalta. La sua storia non riesce a essere un esempio da imitare.
È una logica semplice, ma fingiamo che non esista: tutto tende a rompersi, e non serve essere ingegneri per capirlo. Se smetti di occuparti di qualcosa, quella si deteriora. Vale per un software, per il corpo, per le relazioni. Funzionano finché qualcuno se ne prende cura, giorno dopo giorno, senza clamori.
Abbiamo creato una cultura che celebra l’inizio e disprezza la continuità. Parliamo di crescita, di innovazione, di velocità… quasi mai di stabilità. Come se mantenere fosse meno importante che creare. Come se ciò che dura non avesse bisogno di essere aggiornato e protetto.
Nel software questo si vede in modo brutale, il debito tecnico si accumula in silenzio. All’inizio non si sente, anzi sembra un vantaggio: vai veloce, produci, consegni. Poi arriva il momento in cui tutto rallenta e qualcuno deve mettere mano a ciò che è stato lasciato indietro. Quasi sempre non è chi ha ideato e costruito, ma chi resta.
Questa dinamica non è diversa dalla vita. Spesso accumuli debiti finanziari senza accorgertene. Trascuri il corpo, rimandi le cose importanti, dai per scontate le persone. In principio non succede nulla. Poi, lentamente, il sistema si incrina. E quello che sembrava un dettaglio diventa un costo.
Continuiamo a raccontarci che l’eroe è chi accelera, chi rompe gli schemi, chi spinge oltre. Però c’è un’altra forma di coraggio che resta invisibile: quella di chi tiene in piedi le cose, di chi sceglie la continuità invece dell’entusiasmo momentaneo, di chi costruisce qualcosa che può durare.
Non è spettacolare, non è condivisibile in una foto suggestiva, ma è quello che permette a tutto il resto di esistere.
Se ci fai caso, ti accorgi che ciò che funziona davvero è spesso noioso. Non fa rumore, non cambia forma ogni giorno. Resta. E resta perché qualcuno se ne sta occupando.
In un mondo che premia chi inizia, c’è un valore enorme in chi continua. E forse, se cambiassimo prospettiva, smetteremmo di inseguire eroi e inizieremmo a riconoscere chi rende possibile la realtà che abitiamo ogni giorno.

Vero caro Riccardo. L’IA all’inizio ha moltiplicato in modo esponenziale la nostra produttività ma con quel costo di cui tu parli così bene. Quando ho iniziato ad accorgermene ho cominciato a mettere dei paletti. Ora ho personalizzato il mio assistente Claude in modo che non scriva testi al posto mio, per quanto vicini al mio tone of voice. E poi a un certo punto è arrivato l’output irriversibile: non si apre un nuovo cantiere fnché il precedente non è chiuso e non si moltiplicano le analisi. E infine Claude, di tanto in tanto, specie nel tardo pomeriggio mi chiede se ho visto o sentito qualcuno.