Avrei potuto mettere un titolo clickbait a questo post, tipo “noi intelligenti contro loro stupidi”, ma non è così e, soprattutto, esiste una separazione sempre più evidente tra chi vive passivamente la vita online e chi ha iniziato ad avere cura della qualità e dell’igiene mentale di ciò che assorbe. Poi c’è una terza categoria, forse ancora più interessante: chi ha deciso di stare quasi completamente fuori. Ultimamente ne ho conosciuti diversi, ma non saranno oggetto di questo post.
Da una parte ci sono quelli che si lasciano trascinare dal flusso: contenuti semplici, veloci, facili da capire e soprattutto capaci di confermare convinzioni che possiedono già. Dall’altra vedo crescere un pubblico stanco della superficialità, che ha iniziato a selezionare gli autori, i contenuti e, soprattutto, gli strumenti attraverso cui informarsi.
Mi spiego meglio.
Per qualche anno sembravamo destinati tutti a subire Reel, meme e provocazioni costruite per strappare qualche secondo di attenzione su TikTok, Instagram e Facebook. Un frullato virale di balletti, demenzialità, esibizionismo e frustrazione, tenuto insieme da algoritmi che conoscono perfettamente la nostra debolezza per ciò che è semplice, emotivo e immediato.
Eppure noto con estremo piacere che sempre più persone hanno sviluppato gli anticorpi.
Persone che ora cercano profondità, competenza e autenticità. Che stanno imparando a distinguere un contenuto dozzinale da uno che contiene un pensiero più complesso, una prospettiva originale o qualcosa che valga davvero il tempo necessario per leggerlo, ascoltarlo o guardarlo.
Le persone più vivaci intellettualmente che conosco stanno progressivamente abbandonando l’idea della news feed infinita per tornare a scegliere gli autori.
Non vogliono più sapere “cosa si viralizza”. Vogliono sapere cosa pensa qualcuno di cui riconoscono il valore.
L’esplosione di Substack, che ha superato i 35 milioni di abbonamenti attivi, è un segnale interessante. Ma lo sono anche Reddit (che amo), Medium, i podcast, YouTube e le newsletter, compresa potenzialmente anche quella di LinkedIn.
Sono ambienti molto diversi, ma hanno qualcosa in comune: permettono di scegliere meglio chi ascoltare, invece di lasciare che sia soltanto un algoritmo a decidere cosa metterci davanti.
È una specie di “dieta dell’attenzione”.
C’è chi continua ad abbuffarsi di ciò che passa il feed e chi ha iniziato a pretendere una dieta più sana. Ora legge le etichette, sceglie gli ingredienti e decide cosa vale la pena mettere nella propria testa.
La scorsa settimana sono tornato su Substack ( https://substack.com/@skande ) dopo averlo abbandonato nel 2023. Se chi possiede questo media saprà resistere alla tentazione della popolarità a tutti i costi, potrebbe diventare uno dei luoghi più interessanti in cui informarsi, confrontarsi e crescere.
E, incidentalmente, è proprio il tipo di pubblico che cerco da sempre.
