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skande 20 ON LINE 24 aprile 2014

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Cosa rende un contenuto virale?

Cosa rende un contenuto virale?
Riccardo Scandellari

A questa difficile domanda non esiste una sola risposta, ci sono persone che hanno blog e profili sociali, che ogni volta che pubblicano qualcosa vanno quasi sempre a segno.
Qual è il loro segreto? Sanno qualcosa che voi non sapete? La risposta è sì!

Jonah Berger un professore di marketing presso la Wharton School of Business, specializzato nella scoperta di ciò che rende un contenuto virale, nella sua ricerca “What Makes Online Content Go Viral?” analizza comportamenti e situazioni in cui il contenuto è più efficace.

Ecco i punti salienti:

  1. Il contenuto positivo è più virale del contenuto negativo
    Incredibile, vero? Si potrebbe pensare che le brutte notizie abbiano più possibilità di essere ricondivise invece è esattamente il contrario.
  2. Il contenuto che provoca emozioni (positive o negative) ha più possibilità di essere virale
    Cosa provoca emozioni nel lettore? Timore, rabbia, ansia oppure felicità e tenerezza. Quando le emozioni entrano in campo, inevitabilmente arriva anche lo stimolo alla condivisione.
  3. Contenuti utili
    La propensione a ripubblicare aumenta se il contenuto oltre che essere utile per il lettore potrebbe interessare anche ai suoi amici e colleghi. Se il lettore penserà di fare un buon servizio a chi lo segue sui profili sociali non esiterà a condividere.

Come creare contenuti che ambiscano alla viralizzazione

Come applico queste conoscenze direttamente ai miei post? Questa è la domanda classica che mi fanno ai corsi e quando incontro amici e professionisti del settore.
Partiamo dal presupposto che il contenuto positivo ed edificante viene maggiormente condiviso, le ragioni, probabilmente, sono da ricercare nel fatto che c’è un sacco di gente al mondo non è felice o soddisfatta, oppure perché condividendolo si cerca di ispirare altri e aiutarli nella vita. Anche se solo per pochi secondi.
Tuttavia, se siete alla ricerca di contenuti per generare traffico per motivi di lavoro, è meglio concentrarsi su quelli utili e che cerchino di far leva sulle emozioni.

Il contenuto emozionale

Se sarete in grado di attivare meccanismi emozionali concreti, la probabilità che i lettori lo condividano e ne parlino aumenterà drasticamente, proprio come teorizzato e sperimentato da Jonah Berger.
I contenuti fortemente emozionali possono essere sia positivi che negativi, li ho precedentemente accennati, ecco un elenco completo: stupore, rabbia, ansia, paura, gioia, lussuria e naturalmente, sorpresa.
Prima di pensare al contenuto prepariamoci a stabilire quali di queste leve emozionali vogliamo attivare. Ad esempio se lavorate nel settore fotovoltaico ed esce una legge non positiva per il settore dovrete mettere risalto al fatto che tutto il settore rischia un crollo delle commesse e del fatturato. Se esce una tecnologia nuova, dovrete evidenziare e convincere il pubblico che ne gioveranno tutti i professionisti. Questo va fatto ovviamente cum grano salis, lasciate ad altri l’esagerazione e sottolineate le emozioni rispettando i lettori. (altrimenti passerete per entusiasti insensati o stupide cassandre)
C’è poi un’altra emozione che non ho letto nella ricerca, non credo sia una tipicità italiana, ovvero lo stimolo della polemica che fa leva sulle varie “religion war” in atto, ad esempio: se dico che l’iPhone è meglio di Android, oppure che i Rolling Stone sono meglio dei Beatles, la Juventus meglio del Milan, ecc. potrei andare avanti all’infinito, si scatenerebbero commenti pro o contro tra le varie fazioni per ore. Conosco blogger che con questi “mezzucci” hanno visite da capogiro e guardano gongolanti i flame accendersi sui social.

Tutto passa attraverso il titolo

Fare i titoli è un arte, alcuni sono più predisposti altri meno, la vera palestra è il vostro blog, nei mesi scoprirete che un titolo sbagliato vi fa perdere visite e un titolo azzeccato vi farà fare il botto di accessi, la fortuna aiuta ma anche un minimo di tecnica, io non sono un guru sull’argomento ma penso di aver trovato una traccia che si può seguire.

Il titolo che darete al post sul blog o su Facebook, oppure su YouTube è l’elemento su cui vi giocate tutto. Una parte dei colleghi ritiene che nel titolo vadano accuratamente inserire le parole chiave in ottica di indicizzazione per i motori di ricerca. Io non sono di questo avviso, oppure lo ritengo come secondario e non vado ad includerle sforzandomi di farcele stare a tutti i costi. Punto più alle visite provenienti dai social network che non dai risultati organici dei motori di ricerca, anche se sono fondamentali, diciamo che scrivo per i lettori e non per Google.

Il titolo deve essere corto, più corto è meglio è, l’ideale è contenerlo tra le 3 e le 9 parole.
Le tecniche più efficaci sono fatte da elenchi e dai “come”. Ad esempio, un elenco: “7 primi piatti di sicuro successo” oppure “Le cinque cose che dovete sapere su Facebook”. Le risposte a domande ipotetiche: “Come attirare l’attenzione sul vostro sito” oppure “Come installare un condizionatore”. Queste tecniche attirano molto perché sono pratiche e dirette. Negli elenchi, il lettore, avrà la curiosità di scoprire se conosce tutti i punti elencati.

Vi sono poi titoli più strutturati che pongono un problema e lo risolvono, esempio: “Sciopero a sorpresa dei benzinai: l’elenco dei distributori aperti”, questo è un ottimo esempio perché fa leva sulla paura di rimanere senza benzina ma da anche la soluzione e quindi è doppiamente efficiente.

Se non siete un blogger affermato ma solo alle prime armi potete far leva nel titolo su qualcuno di famoso per caricare l’autorevolezza del vostro post, esempio: “Mark Zuckerberg: presto le videoconferenze su Facebook” oppure “Warren Buffett: aumenterà la domanda di oro”.
Chi oserà dire qualcosa contro?!

Ultima tecnica da me fruttata è fare una domanda, ad esempio: “Cosa rende un contenuto virale?”. Che prevede tre tipi di pubblico, chi la risposta presume di conoscerla e vuole verificare che l’autore del post sia sulla stessa linea, oppure chi è curioso di avere la risposta perché interessato all’argomento. Ultimo, ma non ultimo, chi viene a dire la sua, in effetti è una domanda (call to action). Spesso questi ultimi danno la risposta direttamente su Twitter o Facebook senza leggere il post e in quel caso può accadere di tutto.

In conclusione

Abbiamo capito che un titolo come: “Il malware XYZ ha raggiunto il 12% degli utenti di Windows. Microsoft rilascia un aggiornamento”, non va bene, se avete fatto vostri i consigli riportati sopra scriverete una cosa simile a questa: “Emergenza virus XYZ: il link per sconfiggerlo”. Diremo poi, nel post, che si tratta di Windows e di non preoccuparsi.
Brevi, diretti ed emozionanti!

(Ho in cantiere un post su dove trovare i contenuti, altro vero cruccio di chi inizia a scrivere su un blog)

 

Commenti

  1. I contenuti sono dentro di noi.
    Se poi siano sbagliati … facciamolo decidere ai lettori ;)